venerdì 24 aprile 2015

Vi voglio bene



Non voglio essere frainteso, non ce l'ho con chi ha successo con storie d'attualità o di becero costume dei giorni nostri. Onore al merito di chi riesce ad arricchirsi producendo così. Ma scrivere è un'altra cosa, è e resta un arricchimento d'altro tipo. E' uno stato dell'essere che non sempre collima con il presente, anzi quasi mai. Le riflessioni sul mondo, l'abitudine a farle, ci porta più spesso lontano dalle suggestioni del momento, si viaggia più alla riscoperta che alla scoperta. E non sono tempi.

Vi faccio un esempio.
Se presi dai vari ricorsi che la storia del mondo offre, scriviamo di un amore ai tempi dell'inquisizione, come metafora di un sentimento nel buio della ragione, facciamo la gioia di chi legge alla ricerca del bello, di un viaggio secolare, ma al grande pubblico, quello che ci fa fare soldi, non gliene fregherà una beata mazza.
Chi scrive ricerca emozioni sopite, profondità dell'animo, pippe corpose insomma, non bagattelle. Si potrebbe fare un parallelo con la musica classica ed un qualsiasi genere commerciale. L'inconsistenza dell'essere non è sostenibile per chi ricerca la grandezza, o anche la bassezza, del proprio limite.
Si è malati di una malattia terribile, non si è ricevuto in regalo un paio di tette entusiasmanti o un pisello sontuoso da mostrare.

mercoledì 22 aprile 2015

L'influenza



La piccola vacanza appena fatta mi ha regalato una sorta di influenza perniciosa che soltanto oggi mi sembra di aver superato. Niente febbre, nausea e mal di testa, lo stomaco protagonista. Il tutto in corrispondenza di uno dei momenti di down che sono la curva bassa del bioritmo, dai quali diventa sempre difficile affrancarsi.
Alla sofferenza della mente si aggiunge quella del corpo, il modo peggiore di ricordarsi che si è vivi, che è la cosa peggiore che ti può capitare. Eppure è la parte fondamentale per chi scrive, star male è il regalo migliore che può ricevere, è quel groviglio che si dipana su un foglio di carta per diventare qualcosa che ha senso. Questo è quanto dovrebbe essere, quanto è sempre stato, quanto potrebbe bastare come tributo a ciò che fai. Ma non è così, di questi tempi l'asticella si è alzata, di parecchio, e rischia di diventare definitivamente troppo alta.
Perché? Cosa significa? Che sto dicendo?
Mi spiego. Accedere al mondo della letteratura era già un'impresa difficile da realizzare, entrare nel suo mondo aveva bisogno di alcuni requisiti essenziali, non solo il talento, ne abbiamo già parlato. Ma era un mondo a sé, un mondo in cui si entrava per vivere un esperienza a sé da sé. Chi leggeva si aspettava di scoprire cose nuove, di conoscere ciò che non conosceva, di allargare i propri orizzonti, di uscire cioè dal proprio sé, di metterlo da parte, per esplorare altro sé. Oggi chi legge lo fa soltanto se ciò che legge gli appartiene già, se narra di sé, se risolve un problema immediato, se rimescola le sue morbosità. Deve avere una ricaduta immediata sulla sua esistenza, non ha il tempo e la voglia di leggere nient'altro. Come se fosse un malato in cerca di una cura fenomenale, perciò chi scrive deve essere il suo medico d'urgenza, e le sue urgenze diventano libri tipo 50 sfumature di grigio, qualcosa insomma che cavalchi l'attualità, un nodo del momento, una curiosità, un trend. Ecco, scrivere diventa un trend, verso il quale gli scrittori di valore normalmente non vanno. E il muro diventa davvero di gomma, la sofferenza epica. E come fai ad essere leggero se quello che hai dentro è così imponentemente pesante? Non puoi. Puoi soltanto avere il piacere di sapere immediatamente che ciò che stai scrivendo non interesserà a nessuno.
"Noi che viviamo in questo carcere, nella cui vita non esistono fatti ma dolore, dobbiamo misurare il tempo con i palpiti della sofferenza, e il ricordo dei momenti amari. Non abbiamo altro a cui pensare. La sofferenza [...] è il nostro modo d'esistere, poiché è l'unico modo a nostra disposizione per diventare consapevoli della vita; il ricordo di quanto abbiamo sofferto nel passato ci è necessario come la garanzia, la testimonianza della nostra identità." (Oscar Wilde)

giovedì 9 aprile 2015

Consigli sul da farsi (3)

Consigli sul da farsi (3)
Più scrittori che lettori, questa è la realtà nel nostro paese.
Paradossalmente è un fenomeno dovuto proprio al fatto che non si legge. Meno si legge e più si scrive, in Italia.
Non ci credete?

Eppure è così. Tempo fa, quando ancora si leggeva, scriveva molta meno gente, perché leggere costringe al confronto, a rendere più complesso il nostro punto di vista, la nostra invenzione. Leggere, e ce n'è, dà equilibrio al mondo intero, per ogni attività umana.
Questo perché per un testo letterario, non è sufficiente la conoscenza del codice linguistico, ma entra in campo la nostra fantasia e la nostra sensibilità, si passa ad una finzione, anche partendo dalla realtà, che rivela un'interpretazione soggettiva e particolare della nostra anima e la nostra visione del mondo. Usciamo dal piano semplicemente letterale, arricchendo il significato del testo, che sarà connotato dal nostro modo di vedere, diventerà personale, soggettivo. E l'unico modo per rendere interessante il nostro pensiero è confrontarlo, leggendo appunto.
Qualsiasi sia il genere che amiamo, in cui vogliamo essere protagonisti, dobbiamo divorare la "concorrenza" per sapere compiutamente che offerta fare.
Succede anche quando apriamo un negozio, per vendere mutande, figuriamoci quando vogliamo fare qualcosa che dovrà incidere sull'animo di qualcuno.
Non c'è altra strada, dobbiamo farlo, per quanto ci spaventi.
E già, una delle paure più grandi di chi scrive è scoprire che qualcuno lo fa meglio. Che ciò che si credeva un'idea fantastica, l'ha già avuta qualcun altro.
La sfida è proprio questa, si è già scritto tanto su ogni aspetto dell'esistenza, ma non si mai scritto tutto, non si finisce mai di arricchire il mondo letterario di un nuovo punto di vista, ed è quello che dobbiamo trovare perché il nostro lavoro abbia un senso.
Se questo confronto ci uccide abbiamo appena scoperto il nostro limite, non è un mestiere che fa per noi, e per quanto internet ci conceda di farlo, non dobbiamo farlo.
Giulio Leoni, semplicemente, dice che una volta letto tutto quello che hanno scritto sul tuo argomento, devi avere la sensazione che manchi qualcosa, e lo scriverai tu.
Mito, leggenda, fiaba, favola, novella o racconto, romanzo, sono poi gli scenari dove la tua storia troverà il modo migliore per essere raccontata, ed anche questa scelta dovrà essere giusta, non tutte le storie sono un romanzo o una favola o un racconto.
Perciò, metodo, ordine, e qualcosa di interessante da dire.
Pasolini diceva che scrivere non ha un senso, è una cosa che fai, che hai sempre fatto, e che continui a fare, ma niente di questo è status od opportunità. Essere scrittori non è un lavoro con il quale guadagnarsi da vivere o la stima del prossimo. Potrebbe succedere, ma non è detto.

mercoledì 8 aprile 2015

Interviste

https://www.youtube.com/watch?v=qi8A9SWu-WI

Interviste

https://www.youtube.com/watch?v=byVq4At2gzs

Interviste

https://www.youtube.com/watch?v=lzdGomNuxBU

Interviste



https://www.youtube.com/watch?v=qi-j2H2gNkE

Consigli sul da farsi (2)

Consigli sul da farsi (2)

Il fatto che molti autori, e troppi editori, siano diventati marketing-oriented è la dimostrazione che scrivere non solo è diventato un fatto democratico, quindi non solo più appannaggio delle classi colte come un tempo, con tutto ciò che ne consegue dal punto di vista delle scelte tecnico-letterarie, ma lo ha superato. E superare la democrazia, vuol dire sbracare, significa non avere più una religione.
Ecco, viva la democrazia, ma viva anche la religione, perché il marketing-oriented sarà anche lo specchio dei tempi, ma a tutto deve esserci un limite.
Forse scrivere ciò che vuole il pubblico ha anche un suo valore, ma non lo si può annoverare tra le cose di qualità. Stanno fiorendo romanzi erotici di un vuoto indicibile, nella generazione di youporn sembra che sia l'unico argomento interessante. Va bene, se è la decadenza che dobbiamo raccontare ben venga, questa è la nostra epoca, ma c'è modo e modo. Chi invece vuole scrivere d'altro lo faccia, in un periodo di decadenza anche la speranza diventa un argomento, per esempio.
Torniamo al punto.
I tempi dettano gli argomenti e il linguaggio, ma il testo deve essere comprensibile, completo e soprattutto coerente. Senza coerenza sarà privo di capacità comunicativa: "Gomiti stupiti da un cammello che pilota, un etto di pancetta che non nuota..." (Dado) è l'esempio divertente di un testo che non ha senso logico, e ne ho lette di cazzate scritte da sedicenti romanzieri o poeti, che hanno lo stesso incedere.
Aristotele è stato il primo a codificare i generi letterari, anche se distingueva soltanto il genere narrativo e quello drammatico. Col tempo le classificazioni di sono arricchite ed è diventato più difficile distinguere, molte le contaminazioni, le suddivisioni sempre più particolareggiate, ma una base resta, c'è.
La prima da fare è la distinzione tra un testo letterario e uno che non lo è.
Il testo non letterario è detto anche pragmatico o d’uso, è scritto per uno scopo pratico e senza intenzioni artistiche. Ha un linguaggio ordinario ed essenziale, ciò che conta è il contenuto, senza necessità di sottili interpretazioni, il mondo è quello reale, ciò che viene raccontato è concreto. Un articolo di giornale, un testo giuridico, la narrazione di un fatto successo. Al lettore, per comprendere un testo non letterario, basterà conoscere il codice linguistico con cui è scritto.
In questo caso sarà sicuramente utile per chi scrive, utilizzare il codice più adatto per il pubblico a cui è rivolto, senza dimenticare la massima semplificazione: ci sono testi giuridici che troppo spesso vengono complicati da chi scrive, quasi per un senso inappagato di vanità letteraria, che finiscono per mettere in cattiva luce l'autore. E vale anche per i giornalisti.
Non fatevi prendere dalle suggestioni, in questo tipo di scritti dovete essere utili, non fighi. Vi passo solo qualche editoriale, dove potete concedervi qualche digressione artistica, ma sempre con misura. Chi scrive, per esempio, di politica in modo suggestivo diventa immediatamente un manipolatore, e non va bene.

martedì 7 aprile 2015

Consigli sul da farsi (1)












Apriamo le danze.

Mi interessa, a questo punto, partire dalla prima pietra su cui fondare qualunque chiesa, che è la qualità del nostro lavoro, come vi avevo accennato.
Do per buono che avete letto le prime istruzioni per l'uso, altrimenti mi diventa particolarmente complicato andare avanti.
Scrivere è un'arte espressiva, che sottostà ad una serie di regole, che ne sanciscono la bontà.
In questo senso, c'è da fare una premessa.
Prima delle regole sono nati gli scrittori, hanno interamente inventato tutte le forme, gli strumenti linguistici, grammaticali, metrici, lessicali ed altro, con una tale maestria da giungere a farne regole. E' abbastanza importante partire da qui, per i motivi che andremo a scoprire.
La loro maestria, talmente grande, ha dato corso alla codificazione di ciò che avevano costruito, ma quanto del mondo in cui vivevano ha influito sul loro inventare? Risposta facile: tutto.
Ma il punto è proprio questo: sono i tempi che dettano le regole del gioco, lo studio e l'osservazione del passato aiuta a comprendere l'utilità del conoscere la storia della letteratura, ma non deve diventare il tentativo di scimmiottare qualcosa di già letto, perché ogni cosa deve rimanere nel suo tempo, non può sopravvivergli, al massimo può essere l'esempio di cosa, nel passato, qualcuno ha saputo costruire per diventare grande.
Passi la contaminazione, l'ispirazione, ma niente di più.
In un altro post ho fatto l'esempio di Dante, che s'ispirava a Virgilio, e che è riuscito a trovare la sua grandezza pur partendo dall'emulazione di colui che riteneva un sommo poeta. Parliamo del 1300, molto era stato fatto, ma tanto era ancora da fare, e la velocità specifica con cui il tempo trascorreva era parecchio diversa da oggi. Per fare un paragone è come se oggi qualcuno s'ispirasse a Giulio Cesare e proponesse scritti che muovono dalla metrica latina, per raccontare una qualsiasi storia. Sarebbe un folle, probabilmente.
Oggi abbiamo una tale mole di produzione letteraria da poterci rendere conto benissimo di come si è evoluta questa arte nei secoli, di comprendere il contesto storico in cui i cambiamenti sono avvenuti, e capire definitivamente qual è il nostro compito.
Come ho già detto, parlo di scrittura, ma tutto questo vale per qualsiasi forma d'arte.
I poemi epici dell'antica Grecia, oggi potrebbero essere gli eroi della Marvel. I primi cantati dagli aedi, i secondi immortalati nei fumetti. Credete che Stan Lee abbia pensato di stare per partorire una stupidaggine, al confronto dell'antica Grecia, o molto più verosimilmente è soltanto un perfetto interprete del suo tempo?
Vi viene difficile pensare a Stan Lee come un moderno fenomeno? Se è così, peccato, perché lo è.
Come lo sono molti cantanti, straordinari poeti contemporanei.
Mi viene da ridere - so che può sembrare irriverente, ma non posso farne a meno - a leggere di pseudo-poeti dei nostri giorni, che scrivono tentando di dare una forma classica, rigorosamente in regola, a ciò che fanno, quando, probabilmente, se abbandonassero questa terribile idea e scrivessero così come viene, farebbero molto meglio. Non dico bene, ma meglio senz'altro.
Rido perché secoli fa, per esempio, una struttura poetica ricercata ed un lessico adeguato era una scelta dettata dal fatto che la poesia era rivolta ad un pubblico colto, l'unico a fruirne, e che già qualche secolo dopo, si è andata adeguando alla possibilità di comunicare con fasce più basse, perché l'arte, giustamente, non ha classe, ne conosce solo una, il tutto.
Rido perché oggi in molti si rifugiano nella complicazione per stupire, forse, o per significare la propria capacità, il proprio spessore, piangendo sulla poesia che è morta.
Non è morta, ha solo cambiato forma, ma loro non lo sanno, e non saprebbero dove trovarla.
No, la poesia non è uno status, o una spocchia, è ben altra cosa.
Non fatelo, perché per quanto vi capiterà di infinocchiare qualcuno, il nodo prima o poi verrà al pettine.
Dico questo, non per chi ha deciso di farlo, e lo fa, da tempo, ma per chi crede, ingenuamente, che sia quello il traguardo da raggiungere.
No, no, cambiate strada, cambiate teatro, fate quello che dovete fare, così come ve lo dice il vostro cuore, non la vanità, o il denaro, o peggio ancora la rivalsa.
Piuttosto, se dovete vendicarvi di qualcosa o di qualcuno, vendicatevi scrivendo storie di vendetta. O se siete vanitosi, di vanità, o se siete avidi, scrivete di denaro.
Vi fate schifo? Vi piacerebbe essere ciò che non siete? Volete nascondervi?
Ecco, questi sono già tre ingredienti fenomenali per scrivere una storia.
Non è banale, anzi, è decisamente meglio, almeno uscirete allo scoperto ed è quello che deve accadere, perché siete voi la parte interessante. Per dirla tecnicamente, è quanto riuscirete a connotare di voi stessi ciò che fate che farà la differenza.
Questo è l'approccio, il punto di partenza, il resto è fuffa.
Se ci siamo capiti, adesso facciamoci una bella scorpacciata di regole, male non fa, anzi, siamo qui per sovvertirle, e per cambiarle dobbiamo conoscerle bene.
Vi darò una mano.
E' un mondo difficile, non ci si improvvisa, far bene richiede più tempo, ma il successo diventa certo. Se poi la vostra creatività supera il confine del mondo conosciuto, ci vorrà ancora più tempo e pazienza, ma se avete questa grazia non buttatela via.

venerdì 3 aprile 2015

Storie - La mia (9)














Nona e ultima puntata.



E così, dopo sei anni, sono rinsavito. Con i potenti mezzi offerti dalla tecnologia mi sono dato la possibilità di scrivere a prescindere, di uscire dall'impasse di attendere risposte. I miei libri vedono comunque la luce, hanno un editore ed un canale di vendita, una promozione ed una distribuzione, e posso continuare a scrivere ed a spedire copie a quelle case editrici che ancora lavorano seriamente, anche a costo di battere il record mondiale di rifiuti. Quando la campana dovrà suonare, suonerà.
Tutto questo, però, mi ha regalato la soddisfazione di aver raggiunto la qualità che volevo, di certo l'originalità, quello che scrivo assomiglia a me ed a nessun altro. Va già bene, il primo obiettivo è centrato, da qui in poi si può solo fare meglio.
Mi sento come chi scala una montagna, sono arrivato ad un punto in cui tornare indietro vorrebbe dire buttare via un traguardo, e andare avanti si può, la vetta è lontana, ma sto imparando a scalare, ed ho trovato uno zainetto lasciato da qualcuno in cui ci sono molti strumenti che mi aiuteranno a salire.
Sono ad un punto in cui comincio a credere che quello che faccio non è solo una boutade, in cima ci posso davvero arrivare.
Non c'è fretta, anzi, con calma. A questa altezza nessuno può più fregarti soldi, a questa altezza gli stronzi non ci sono più. Chissà, magari, salendo ancora ne troverò di peggio.
Non credo, ma vi terrò informati.
Grazie a tutti. 

giovedì 2 aprile 2015

La Passione

Mi rendo conto di essere in controtendenza, ma, come dicono i salmoni, è l'unico modo per poter fare figli.
Di sicuro abbiamo confuso la qualità con la quantità, credendo di poter guadagnare con il nulla. Del resto, più siamo nulla e più ci sembra che convenga. Non è così, non poteva essere così, ci siamo illusi, le scorciatoie sembravano percorribili, ma chiunque ha dato qualità a ciò che ha fatto, in tutti i tempi, ha percorso le strade più difficili, non si è fatto sconti, ha sempre saputo che non ci si improvvisa. Purtroppo niente ci aiuta a ritrovare il metodo, la strada giusta da percorrere, la famiglia, la scuola, non sono più l'avamposto della civiltà.
Ecco cosa c'è da recuperare, quel passato che ha lasciato quei segni che servono per andare incontro al futuro, e di testimoni degni, fortunatamente, ce ne sono parecchi.
Questa è un'istruzione, l'approccio, il punto di partenza per fare cose buone.
Guadagnare soldi con la nostra arte non è la motivazione che ci deve spingere, deve piuttosto essere la voglia, la necessità, di fare qualcosa che ci spinge, anche oltre la nostra volontà.
Passione, ci vuole, usiamo questa parola per dare un motivo al nostro fare, ma in realtà che cosa vuol dire passione?
Non è il piacere di fare qualcosa, il desiderio, la voglia, la gioia, anzi, è esattamente il contrario.
Passione è sofferenza, è il non poter sottrarsi, per coscienza, per integrità, per missione ricevuta, al dolore che ci devasta nel portare a termine l'opera per la quale siamo nati.
Pensate alla passione di Cristo, senza dover essere necessariamente religiosi, pensateci anche da laici, da non credenti, perché è un concetto che vale anche al di fuori dell'esperienza religiosa. Gesù non poteva sottrarsi, doveva andare fino in fondo, ha dovuto "subire" la passione.
Questo ci tocca, altro che scorciatoie.
Arrivo a dire che se avete un'arte da esprimere, e vi fa soffrire, se siete degni non potete sottrarvi, vi toccherà la croce.
La vera prova è questa, alla scoperta del vostro talento si dovrà accompagnare la consapevolezza di aver iniziato a soffrire.
Credetemi, non c'è altra strada, e non abbiate paura di puntare in alto, è quello il riferimento che dovete avere, non accontentatevi, magari confrontandovi con l'approssimazione, il pressappochismo degli altri, no, prendete la migliore espressione dell'arte che volete esprimere e ispiratevi, fate qualsiasi cosa per superarla. Tutto il resto è fuffa, è anche sofferenza, ma inutile.
Cominciate così, quando vi trovate difronte al foglio bianco, alla tela bianca, e guardate l'uno o l'altra come un meraviglioso contenitore in cui versare un pezzo di voi, non come ciò che andrà mostrato, pubblicato, venduto.
Raccontatevi una storia che vi piace, fatelo come vi piace, emulando il vostro preferito - che avrete avuto cura di conoscere al meglio - e fate in modo che, attraverso voi, possa crescere ancora, portate avanti la storia.

mercoledì 1 aprile 2015

Storie - La mia (8)















Ottava puntata.

Prima di concludere il travaglio, c'è un pezzo importante da aggiungere, che ha determinato l'epilogo.
Per quanto mi avessero detto che Seymour fosse già scritto bene, io continuavo a non esserne contento. Per un motivo molto semplice, che nasceva da un errore mio.Era il mio primo romanzo, la prima volta che mi cimentavo in un lavoro articolato e complesso, e volevo dimostrare quanto fossi capace a farlo. Il registro era tradizionale, non gotico come normalmente era richiesto per racconti di questo tipo, ma comunque una narrazione classica, non aveva uno stile personale, era semplicemente standard. L'editore, infatti, aveva notato la differenza tra Seymour e Miao Pioi, meravigliandosi della mia capacità di scrivere in modo così diverso. L'obiettivo era dunque centrato, avevo dimostrato di saper giocare con la scrittura, ma mi ero dimenticato del perché si scrive un libro, mi ero dimenticato di me. Era un esercizio di stile, niente di più, con ancora errori di grammatica, di periodo e refusi. Mancava pure di equilibrio, era ridondante in qualche punto, insomma, lo avrebbe potuto scrivere chiunque.
Il punto non è stabilire che io non sono chiunque, il punto è l'originalità, nel bene e nel male. Miao Pioi lo è, Seymour Loyd così no.
La fretta, i condizionamenti, i sensi di colpa, e quanto altro, mi avevano fatto fuori, non mi avevano fatto fare la scelta giusta, anzi mi avevano fatto fare una scelta, e non è mai giusta, quando scrivi. Non devi scegliere, devi fare quello che il libro richiede, devi trovare il modo di raccontare quella storia senza pensare che dovranno leggerla quelle persone o quell'altre.
Ma il problema vero era che andare avanti nella saga, con registro, struttura, e stile non davvero miei, stava diventando impossibile. In due parole: non piaceva a me, perché sarebbe dovuto piacere al pubblico?Dal momento che i lettori erano ancora pochi, decido di riscriverlo. A chi lo vorrà, regalerò una copia del nuovo Seymour, a quelli che avevano comprato il precedente chiaramente, e pace.
Un'altra cosa importante è che quando scrivi una saga devi aspettare che sia ultimata per proporla al grande editore, se lo fai prima perdi tempo tu e lo fai perdere all'editore.
Perciò, mi pubblico da solo, arrivo alla fine della saga, intanto qualcuno potrà leggere, e quando sarò arrivato in fondo ci penserò.
Scelgo, dunque, l'autopubblicazione legata alla mia editrice, e visto che mi hanno fatto aspettare sei mesi senza risposta per I Viaggi di Miao Pioi, chiedo di regalarmi la velocità, stavolta.
Spedisco tutto intorno al 10 di dicembre 2015.Mi dicono che per Natale non ce la facciamo, ma per capodanno sì.
Peccato, Natale è un buon momento, ma va bene lo stesso, gli errori si pagano anche così.
Alla fine di gennaio non ho ancora ricevuto niente.
E' la goccia che fa traboccare il vaso, diffido l'editrice dandole un termine di consegna entro il quale salviamo il rapporto, ma intanto, e finalmente, mi appare chiaro che sono sulla strada e nelle mani sbagliate.
Devo interrompere questo karma.Scopro Lulu.com, sono americani, sono seri, veloci, di qualità e soprattutto costano molto meno degli italiani.Pubblico con loro, approfondisco alcune notizie sulla stampa digitale, e arriva la folgorazione: non solo posso pubblicare a costi molto bassi che mi permetterebbero di stare sul mercato, ma posso anche diventare l'editore di me stesso.
Nasce così l'idea del Self-Editing.
-continua-

lunedì 30 marzo 2015

Storie - La Mia (7)













Settima puntata.

Che faccio, accetto? A tutto si può resistere tranne che alla tentazione, ho una certa età, chi me lo fa fare di aspettare ancora? Ma sì. Accetto. E poi l'Editore è simpatico, abbiamo chiacchierato a lungo. Sì, accetto. La spesa è di 500 euro, con compreso editing, studio grafico della copertina, e 30 copie omaggio per me. Ma sì, si può fare.
Mi torna la bozza del manoscritto, con la nota che è scritto già bene, a parte i caporali al posto delle virgolette, qualche E accentata maiuscola e qualche refuso, si può andare in stampa.
Non sono contento. Non mi sembrava a posto, ma forse sono io che pretendo troppo, per me, in qualche passaggio era assolutamente uno schifo. Ma sì, sono io che pretendo troppo. Se dicono che va bene, vuol dire che va bene. Posso finalmente dedicarmi al secondo libro, il seguito della saga. Dovranno essere sette, meglio non perdere tempo.
Per cui, esce. Solita trafila, presentazione e poi distribuzione. E solito risultato: nessuno lo vede, le librerie non lo ordinano, restano sempre e solo gli store su internet.
Mah, chissà come mai.
Faccio ripubblicare Posso dire una cosa? da loro, perché ho pronto I Viaggi di Miao Pioi e vorrei vederlo uscire.
Quest'ultimo è un tributo alla mia infanzia, che ho voluto fare per ricordare gli amici, ma la verve è quella buona.
Spedisco il file, a maggio del 2014.
E' un libro da 60/70 pagine, i Miao Pioi devono essere così, si legge in un'oretta, ma a novembre nessuno in redazione l'ha cagato di striscio.
Pensate a quante cose sono già successe, che avrebbero dovuto dissuadermi, aprire gli occhi. Ma la trance è così, finisci per perdere il senso critico, non ti accorgi di niente neanche davanti all'evidenza. E su, se avesse suscitato interesse a quest'ora eri già in barca, e soprattutto se vendere copie di libri scelti con questo sistema fosse stato il vero business dell'editrice.
Comincio, fortunatamente, ad incazzarmi, e provo a telefonare. Segreterie e non disponibile, o squilli e poi segreteria.
Mando un sms. Niente. Ne mando altri tot. Niente. Scrivo un messaggio su facebook, e finalmente una risposta: "Scusami, è un periodo terribile, sono presissimo, ti chiamo domani ok?"
Bene. Ok. Domani va bene.
Siamo circa al 2 di novembre. Al 25 di novembre sono ancora lì che aspetto la chiamata.
Quanto mi secca dover cercare un altro editore, l'avevo già fatta 'sta fatica, non voglio ricominciare. Questo è un altro motivo per cui la trance che vi dicevo non vi abbandona così facilmente, l'indolenza e, soprattutto, il non voler subire nuovi rifiuti.
Tutto sbagliato.
Ci rifletto un altro po' e m'incazzo definitivamente.
Piuttosto faccio uscire tutto da me, per tanto così.
Alla fine di novembre riesco a parlare con l'Editore. Gli spiego cosa ho deciso di fare. Farò da me, farò uscire tutto quello che ho in cantiere e poi decideremo cosa far rientrare nella loro produzione.
Collegata a loro c'è un'autopubblicazione, decido di utilizzarla.
E qui inizia, finalmente, l'ultimo capitolo del mio travaglio.
-continua-

La vanità












Quando la vanità prevale...

Questa è l'esperienza di un esordiente, vale la pena di dargli un'occhiata.
Quello che andrà notato è quanto l'avventura gli sia servita, alla fine, per intuire il percorso giusto da fare.
La vanità è una brutta bestia, dura da uccidere.
Poi ditemi, confessatemi, che cosa ne pensate.



http://www.danaelibri.it/rifugio/agenda/esperienze_detail.asp?dettaglio=vanita

Fallimenti (1)












Fallimenti (1)

Rifiutato uguale fallimento. Sì e no.
Non si può, infatti, negare che essere respinti, almeno in quel momento, sia un fallimento, di un proposito, di un progetto, di un'aspettativa. Lo è, senza dubbio, ma, in realtà, siete appena stati baciati dalla fortuna.
Sgombriamo, innanzitutto, il campo da tutti quelli che non hanno mai subito un rifiuto, diciamo quelli che "buona la prima", che sono molto pochi, e che per la legge dei grandi numeri rappresentano l'eccezione, per stabilire, così, che non si tratta, appunto, della regola.
E' proprio così, possiamo dire che chiunque ha subito o deve subire il fallimento. Sono talmente tanti che risulta evidente che si tratti della vera regola.
Assodato questo, aspettatevelo, perché non "può" succedere, succede e basta.
Dove sta la fortuna? Sta nel fatto che siete in gioco, che la sofferenza che ne deriva è l'unica in grado di farvi crescere. La vostra reazione deve essere di ricerca del meglio da farsi, di togliere errori, aggiungere contenuto, aumentare la conoscenza di ciò che fate, approfondire in modo maniacale, se occorre, la vostra esperienza. Siete partiti in un modo, ma quando arriverete sarete persone profondamente diverse, in grado di superare qualsiasi ostacolo.
Così hanno fatto tutti quelli che oggi conoscete come famosi, tra rifiuti e fallimenti si sono forgiati, temprati, e hanno vinto.
Ci sono un'infinità di storie che sono andate così, Stan Lee ha cominciato a lavorare in Marvel a 17 anni, ma solo a 40 ha partorito SpiderMan e poi tutti gli altri supereroi che l'hanno consacrato. Ha passato 23 anni di calvario, prima di diventare unico.
Credetemi, ognuno di voi ha un percorso da fare, crune di aghi attraverso cui passare, prima di raggiungere il proprio sé, le cose facili non glielo consentono, ecco perché non dovete pubblicare con chiunque e buttare via i vostri soldi, ma piuttosto accettare la sfida e diventare il primo testimone di voi stessi.
Se dentro di voi c'è veramente un artista, non potete non condividere con me, se, al contrario, c'è un cialtrone che scrive, o fa altro, soltanto per trovare una scorciatoia o per tentare la sorte allora non solo non condividerete con me, ma avete senz'altro sbagliato blog, state perdendo il vostro tempo.
Mi riallaccio a quanto vi ho già detto nelle istruzioni per l'uso, dobbiamo trovare la qualità, ci serve quella, e ogni rifiuto sarà occasione di confronto, ci farà riconoscere di non essere ancora pronti ed anche, addirittura, riconoscere che il nostro interlocutore, che ci sta giudicando, non è all'altezza del compito, e ci basterà leggere quello che pubblica per esserne certi.
Non spaventatevi per il lavoro che dovrete affrontare, perché è appassionante, pieno di gratificazione.
Mollare è un vocabolo che non è contemplato nel vostro vocabolario, la paura di fallire via dalla vostra anima, per non correre il rischio di buttare nella spazzatura il vostro talento.
Stephen King gettò nella spazzatura il suo "Carrie" dopo l'ennesimo rifiuto: “Non ci interessa la fantascienza che si occupa di utopie negative”, gli veniva detto. “Non si vendono bene”. Per fortuna sua moglie lo ha tirato fuori dalla spazzatura.
Siamo tosti, forti, indistruttibili. E bravi. ;-)

domenica 29 marzo 2015

Scrittori rifiutati (2)












Scrittori rifiutati (2)

Voi mi direte: "...ma se ci sono stati e ci sono scrittori che vengono rifiutati, significa che le Case Editrici, quelle grandi, potenti, possibili, risolutorie di tutti i nostri problemi, esistono!...".
Io potrei rispondervi, facilmente, che se rifiutano il vostro libro vuol dire che sono oneste, non vi avrebbero chiesto niente in caso di accoglimento, ma sono un anelito, come dimostrano i famosi, che l'hanno spuntata grazie alla perseveranza, non hanno mollato mai, arrivando a livelli decisamente allucinanti: Clive Staples Lewis autore di Le cronache di Narnia e Le lettere di Berlicche fu respinto ottocento volte prima di riuscire a vendere un singolo pezzo di scrittura. (fonte: FerruccioGianola da BubbleCow).

Siete disposti a tanto? O preferite cedere alla scorciatoia di una Casa Editrice, che crede in voi velocemente, per una modica cifra? Su, ammettiamolo, si pensa sempre che è meglio un uovo oggi che una gallina domani, ma si trascura che l'uovo non è a pagamento, nelle intenzioni del detto.
Se siete veri scrittori, invece dovete puntare alla gallina, non avete niente da perdere, credetemi, con l'ovetto non ci fate niente, al massimo ci accontentate la vostra vanità.
Molto meglio essere rifiutati, perché forgia, vi spinge a migliorare, a cercare di essere sempre più efficaci, le idee sono buone, l'attitudine c'è, ma l'arma è ancora rozza, evidentemente, e dovete imporvi di lavorare sodo per affinarla. E' davvero molto meglio essere rifiutati, e se vi fa incazzare magari è lì che trovate il vostro perché. Lasciatevi trasportare, non cercate scorciatoie, il successo facile è uno specchio per le allodole.
Ve lo dico nel vostro interesse, ma anche nel mio, che è quello di chiudere i rubinetti agli speculatori, come ho già ampiamente ammesso.
I conti che dovrete fare, le motivazioni contro cui dovrete combattere saranno molte, l'incompetenza tra le prime: Il San Francisco Examiner rifiutò una presentazione di Rudyard Kipling nel 1889 con la nota, "Mi dispiace, signor Kipling, ma semplicemente lei non sa usare la lingua inglese." (fonte come sopra).
Del resto, sono sempre uomini che vi giudicano, nella maggior parte dei casi critici, che non scrivono, o lo fanno con scarsi risultati.
C'è il mondo lì fuori, non solo l'Italia, ma non cambia, tutto il mondo è paese, il vostro investimento deve andare verso la statistica, più lo leggono, sempre che sia valido, più probabilità avete di entrare a far parte della folta schiera di scrittori rifiutati, ma che poi sono diventati famosi.
Preoccupatevi di fare esperienza, di dare sostanza al vostro curriculum, diventate degli esperti, è già questa una grande soddisfazione.
Perciò, producete, fate stampare i vostri libri, fatevi conoscere così, con calma, con il tempo che ci vuole, e date agli speculatori la possibilità di cambiare mestiere o, almeno, bersaglio. 

Scrittori rifiutati - (1)












Scrittori rifiutati.

C'è un aspetto che dovete considerare. 40/50 anni fa, era tutto da costruire, avevamo poco, e nessun altro bisogno da soddisfare, il mercato, perciò, generava nuovi bisogni, e lo ha fatto per molto tempo, fino alla saturazione. Siamo arrivati a credere di avere una quantità di bisogni inimmaginabili, che non sono davvero così, tant'è che, con la crisi, a molte cose cominciamo a rinunciare, e molte aziende chiudono. Dal generare mercato si è passati, oggi, a seguire ciò che il mercato vuole, quali bisogni sono sopravvissuti alla scorpacciata. Questo per dire, che un prodotto nuovo, originale, era molto più facilmente vendibile anni fa che oggi. Il nuovo, l'originale, implica rischi economici più alti di qualcosa che ci risulta più familiare. Nel caso della scrittura, il familiare corrisponde al comprensibile.

Tutto questo spiegone per dirvi che se siete originali, avete il primo problema.
L'originalità poi, sta nella storia, nello stile, nella struttura, di un libro, se fate un lavoro così accurato di problemi ne avrete diversi. Sia chiaro che sto dando per scontato il fatto che si è raggiunti la maturità, nello scrivere, cosa dalla quale non si può prescindere, e cosa della quale manca anche chi scrive. Per il momento ho solo la consapevolezza di ciò, sono in viaggio e non so neanche se arrivo.
Detto questo, vediamo vincere concorsi, anche importanti, a novelli Pirandello, Svevo, Sciascia, o Follett, Smith, o Dan Brown e via dicendo.
Per capirci, anche Dante Alighieri si è ispirato a Virgilio, ma la sua opera è arrivata a far rimanere Virgilio un'ispirazione, non la scimmia sulle spalle. Ognuno di noi muove i passi da qualcuno, ma se non arriva a sé è inutile che proceda.
Ma in un mercato orientato, come dicevamo, copiare rende di più che inventare, tenetelo presente, anche se poi leggere diventa inutile.
L'originalità nasce da qualcosa di importante, come dice, e mi trova d'accordo, Giulio Leoni, dopo che hai letto tutte le storie del genere che ti piace, ti accorgi che ne vorresti leggere ancora, e allora le scrivi tu. Ma tu, non altri da te.
E la maggior parte delle volte che un'anima si apre succedono cose come quelle che sono successe a moltissimi grandi scrittori.

Il manoscritto de Il diario di Anna Frank di Anna Frank ricevette questo commento editoriale: "Questa ragazza non mi sembra che possieda una percezione speciale o un sentimento in grado di sollevare il suo libro sopra il livello della curiosità." (fonte: FerruccioGianola da BubbleCow)
E sì, che la vostra originalità, compiuta, finita, degna, colpisca un editore, che ha la sua umanità con cui fare i conti, ci vuole davvero tutta.
Ma non vi scoraggiate, lavorate sodo, arrivate al vostro dunque, che quello di chi vi deve giudicare e accettare sta tra le palle di Giove, spessissimo.

Un editor una volta disse a Francis Scott Fitzgerald: "Sarebbe un libro decente se ti sbarazzassi del personaggio di Gatsby".

Storie - La mia (6)










Sesta puntata.

Dicevamo de ilmiolibro.it. Pubblico, faccio stampare tre copie per me, e compro l'ISBN e la distribuzione su la Feltrinelli. Allora, andiamo con ordine, il libro costa a me circa 11 euro a copia, isbn e distribuzione circa 90 euro, quota che dovrei pagare ogni anno per rimanere in vista. In più, per poter ricavare almeno 1 euro a copia venduta, il prezzo di copertina diventa di 21,50 euro, neanche fosse rilegato in oro zecchino. E non solo non lo è, anzi, fa abbastanza cagare, la qualità è indecente, per tirarla su dovrei pensare di portare il prezzo di copertina a circa 30 euro, museale insomma.Vabbé, per il momento va così, poi vedrò.Intanto ne compro altre 20 copie per fare la presentazione e, incredibilmente, balzo al primo posto della classifica dei best-seller del sito, e vengo premiato con una settimana di promozione gratis su Repubblica. Il sito però. In un punto che devi andartelo a cercare, mica in vista.
Primo posto con 20 copie. Nei BEST-SELLER. Ero già un grande, con 20 copie comprate da me.
Di Posso dire una cosa? ne ho stampate 2 copie e sono al 240° posto. In quanti siamo in questo marasma allucinante? Bah.
La promozione su Repubblica non porta niente, né commenti, né recensioni, né messaggi di solidarietà, né richieste di amicizia, e men che meno vendite, ma il sito mi rinnova l'offerta per continuare, con forti sconti e roboanti promesse di successo travolgente.Dopo ormai tre anni di allucinazioni moleste, sto imparando la lezione, non ho nessuna intenzione di aderire, per adesso va bene che esista, il libro, non ho altre idee, dovrei dargli pure una sistemata e dedicarmi al secondo capitolo. E poi avrei altri Miao Pioi da far uscire.
Si tratta di due narrazioni completamente distinte, non si se dedicarmi all'uno o all'altro, e le risposte ottenute dal mercato mi confondono, non ho molto tempo a disposizione, non so a chi dei due dedicarlo.
Nel frattempo, non ho trascurato di spedire il manoscritto alle Major.E il diavolo oltre alle pentole fa anche i coperchi.Mi arrivano due mail, una di Mondadori e una di una piccola editrice: la prima mi dice che non hanno apprezzato, della storia, la commistione tra religione e protagonista, e già, mi sembra giusto, il demonio non ha niente a che fare con la religione; la seconda mi recapita tutto uno spiegone su che tipo di autore mi sento, se credo di essere il genio della lampada o mi rendo conto che un libro è un investimento, corredato da una scheda di valutazione accurata, piena di complimenti.E l'editing non è ancora stato fatto.Se sono arrivate contemporaneamente non può essere un caso, una porta è chiusa, l'altra è aperta.
Che devo fare?
-continua-

Storie - La Mia (5)










Quinta puntata.

Ho pubblicato senza pagare, ma nessuno mi promuove. I casi sono due: o hanno deciso che, con ripensamento, non è il caso di investire sul mio libro, o, verosimilmente, si sono dimenticati di chiedermi i soldi. Di fatto, resto saldamente ancorato all'oblio, perciò le alternative non sono molte.
Finché, nel 2011, termino il mio primo romanzo, il primo libro impegnativo, in termini di lunghezza: Seymour Loyd - La Clessidra del Diavolo, il primo di una saga luciferina neo-realista ( :-D ).
Mi do per buono, ho un editore ormai. Spedisco.
Non sono più un esordiente, mi tratteranno diversamente ormai.
Nel giro di pochissimo, mi vedo arrivare la proposta di contratto.
Il copione è lo stesso, cambia solo il contributo, perché trattandosi di un romanzo di circa trecento pagine costa di più.
Pensa che nella mia capoccetta malata mi aspettavo un consulente per l'editing, avevo mandato praticamente una bozza, una roba da sistemare.Niente, per loro andava già bene. Un talento stratosferico? No, purtroppo, un imbecille, piuttosto.
Mi viene il dubbio che, se insisto, si ricorderanno di farmi pagare il primo, ci rifletto un attimo, decido che tanto da me non riceveranno un centesimo, e mi arrischio a parlare con la Direttrice Editoriale.
Candidamente mi dice che questa è, se mi pare, se voglio, e fortunatamente niente richieste per il primo libro.
E qui comincia la rivoluzione.
Indignato - pensa tu - decido che non mi avranno mai più. Il contratto per Miao Pioi è scaduto, non ci penso nemmeno a chiedere il rinnovo, sono libero e voglio fare diversamente.Da questo momento faccio da me.Do una sistemata a Seymour Loyd, e mi autopubblico con ilmiolibro.it, l'editing non è ancora a posto, ma intanto vede la luce, va bene così.
Stampo e lo presento pure, viene bene accolto lo stesso, l'idea piace, per molti è sufficiente. Non che faccia cagare del tutto, ma se si vuol parlare di un prodotto davvero finito ci si deve lavorare ancora.
Pubblico anche Posso dire una cosa? Stavolta in versione integrale, con le parolacce. Sono felice, ma la mia indipendenza dura poco.
-continua-

venerdì 27 marzo 2015

Storie - La mia (4)










Quarta Puntata.

Viene alla luce, e mi vengono recapitate le mie 180 copie. L'accordo era che in quel momento ci saremmo risentiti per concordare i tempi del rimborso, invece niente, non mi chiama nessuno. Faccio l'indiano, tanto che me ne frega, ma procedo alla vendita delle copie, non si sa mai. Dopo una decina di giorni mi chiama l'Ufficio Promozione, per presentazione, interviste in radio (locali, non pensate) e televisive. Del rimborso non se ne parla. Procediamo con tutto il resto. Alla presentazione a Roma, nella loro libreria, spettatori circa 20, autori circa 6, venduta una copia. Dal momento che non è un parente la prendo come una vittoria, intanto spulcio le produzioni degli altri colleghi e mi rendo conto che fanno davvero cagare. Mi sorge il dubbio che faccia cagare anche il mio. Però, non ho pagato, quindi mi convinco che non può essere così. E per quanto la mia ansia di contributo duri per tutti i due anni di contratto, nessuno mi chiede più soldi. E' anche vero che oltre alle mie 180, il libro vende circa 300 copie, per me un successo editoriale senza precedenti (per forza), ma di royalties sulle 120 neanche l'ombra. Poco male, se tutto va bene siamo pari. Come mai 300 copie? Faceva così schifo? Non lo so, dovreste leggerlo per saperlo, non posso dirvelo io e non ve lo direi neanche se lo sapessi, chiaramente. E se invece di considerarle tante, provo a considerarle poche ed a capire come mai? Compito facile. La promozione era di facciata, ma del tutto inconsistente, il distributore non ho mai capito chi fosse, le librerie non lo ordinano, mi riferiscono molti amici. Provo a spostarli sugli store internet, tipo ibs.com, ma a parte qualcuno capace, per il resto non ci prova nessuno. In un era in cui sopravvivono i paleotecnici era il minimo che potessi aspettarmi.
Si conclude così la mia prima avventura editoriale.
Devo dire che ho ricevuto giudizi lusinghieri, chi è riuscito a leggerlo me ne ha parlato bene. Per quanto fosse uno scritto che veniva da anni prima, era sempre il primo, sicuramente potrò soltanto crescere.L'unico tarlo erano le parolacce che avevo tolto, mi ero lasciato prendere dai dubbi e dalla vergogna, ma era stato un errore, dovevo riparare.
-continua- :-)